In breve. L’autismo, o disturbo dello spettro autistico, è una condizione del neurosviluppo che riguarda la comunicazione e l’interazione sociale e comporta interessi ristretti, comportamenti ripetitivi e particolarità nell’elaborazione sensoriale. È presente fin dalle prime fasi dello sviluppo, dura tutta la vita e si manifesta in modi molto diversi da persona a persona. In Italia riguarda circa 1 bambino su 77.
Scritto da Jacopo Romani per la redazione di Portale Autismo. Ultimo aggiornamento: 10 agosto 2026. Le informazioni di questa pagina hanno finalità divulgativa e non sostituiscono la valutazione di un professionista sanitario.
Che cos’è l’autismo: la definizione
L’autismo, che la classificazione clinica attuale chiama disturbo dello spettro autistico (ASD, dall’inglese autism spectrum disorder), è una condizione del neurosviluppo che coinvolge principalmente:
- la comunicazione e l’interazione sociale, sia verbale sia non verbale
- la presenza di interessi ristretti e di comportamenti ripetitivi
- modalità particolari di elaborazione degli stimoli sensoriali, con ipersensibilità o iposensibilità a suoni, luci, consistenze e odori
La parola spettro è la più importante di tutta la definizione. Non indica una scala lineare che va dal “lieve” al “grave”, ma un insieme multidimensionale di caratteristiche che si combinano in modo diverso in ogni persona: linguaggio, reciprocità sociale, funzionamento cognitivo, sensibilità sensoriale, autonomia nella vita quotidiana. Due persone autistiche possono avere profili di funzionamento profondamente diversi tra loro.
L’autismo è una condizione permanente, presente fin dalle prime fasi dello sviluppo anche quando viene riconosciuta molto più tardi. Non è una malattia da cui si guarisce e non è causata dallo stile educativo dei genitori: sono due delle convinzioni errate più diffuse e più dannose.
Quante persone riguarda
- Nel mondo: circa 1 bambino su 100, secondo la stima dell’Organizzazione mondiale della sanità
- In Italia: circa 1 bambino su 77 nella fascia 7-9 anni, secondo i dati del Ministero della salute e dell’Osservatorio nazionale autismo dell’Istituto superiore di sanità
- La diagnosi è circa quattro volte più frequente nei maschi, ma la ricerca degli ultimi anni indica che nelle ragazze la condizione viene spesso riconosciuta più tardi o non riconosciuta affatto, anche per la maggiore capacità di mascherare i tratti autistici
I sintomi e le caratteristiche dell’autismo
Le manifestazioni dell’autismo si raggruppano in due aree, che devono essere entrambe presenti perché si possa parlare di disturbo dello spettro autistico.
- difficoltà nella reciprocità sociale ed emotiva: iniziare uno scambio, rispondere, condividere interessi ed emozioni
- uso ridotto o atipico dei comportamenti non verbali: contatto visivo, gesti, espressioni del viso, postura
- linguaggio assente, ritardato, oppure presente ma usato in modo particolare: ecolalia, intonazione piatta, difficoltà a sostenere una conversazione
- difficoltà a comprendere le regole implicite della comunicazione e le intenzioni degli altri
- difficoltà a costruire e mantenere relazioni con i coetanei adeguate all’età
Comportamenti, interessi e attività ripetitivi
- movimenti ripetitivi o uso ripetitivo degli oggetti: dondolio, sfarfallio delle mani, allineare o far girare oggetti
- forte bisogno di routine e prevedibilità, con disagio intenso di fronte ai cambiamenti
- interessi molto circoscritti, perseguiti con intensità inusuale
- reazioni insolite agli stimoli sensoriali: fastidio marcato per certi suoni, luci o tessuti, ricerca attiva di determinate sensazioni, apparente indifferenza al dolore
A queste caratteristiche si accompagnano spesso altre condizioni: disabilità intellettiva, disturbi del linguaggio, ADHD, ansia, disturbi del sonno o dell’alimentazione, epilessia. Riconoscerle è importante quanto riconoscere l’autismo, perché incidono in modo diretto sulla qualità della vita.

I primi segnali di autismo per fascia d’età
Una premessa necessaria. I segnali elencati qui sotto sono specifici dell’autismo e non vanno confusi con le tappe generiche dello sviluppo, come gattonare, camminare o tenere su la testa: un ritardo motorio, da solo, non indica autismo. Nessuno di questi elementi, preso singolarmente, è sufficiente per una diagnosi. Servono a una cosa sola: capire quando vale la pena chiedere una valutazione al pediatra o a un servizio di neuropsichiatria infantile.
Entro i 12 mesi
- non risponde al proprio nome entro i 9-12 mesi
- contatto visivo ridotto, sfuggente o poco modulato nello scambio con l’adulto
- sorriso sociale assente o raro in risposta al sorriso di chi si prende cura di lui
- non segue con lo sguardo la direzione indicata dall’adulto, cioè l’attenzione condivisa
- lallazione assente o molto ridotta
- gesti comunicativi assenti: non saluta con la mano, non tende le braccia per essere preso
Tra 12 e 24 mesi
- non indica con il dito per mostrare qualcosa a un adulto, ma solo eventualmente per ottenerlo
- non porta oggetti all’adulto per condividerne l’interesse
- non imita gesti, suoni o azioni degli altri
- assenza di gioco di finzione o simbolico, come dare da mangiare alla bambola o fare finta di telefonare
- uso ripetitivo e non funzionale degli oggetti: allineare, far girare, osservare parti di un giocattolo anziché usarlo
- reazioni insolite ai suoni: si copre le orecchie per rumori comuni, oppure sembra non sentire
Dopo i 24 mesi
- linguaggio assente, molto ritardato, oppure ripetitivo ed ecolalico
- difficoltà evidenti a giocare insieme ai coetanei, con preferenza marcata per il gioco solitario
- bisogno rigido di routine e reazioni intense ai cambiamenti anche minimi
- movimenti ripetitivi del corpo, soprattutto in momenti di eccitazione o di stress
- ipersensibilità o iposensibilità sensoriale che condiziona la vita quotidiana
A qualsiasi età un segnale richiede sempre una valutazione: la perdita di abilità linguistiche o sociali che il bambino aveva già acquisito. La regressione non va mai lasciata in attesa di osservazione.
La diagnosi di autismo
La diagnosi è clinica: non esiste un esame del sangue, una risonanza o un test genetico che la stabilisca. Viene formulata da un’équipe multidisciplinare, tipicamente composta da neuropsichiatra infantile, psicologo, logopedista e terapista della neuropsicomotricità, attraverso l’osservazione diretta del comportamento, la raccolta della storia dello sviluppo con i genitori e strumenti standardizzati.
I criteri di riferimento: DSM-5-TR e ICD-11
Il manuale diagnostico più usato è il DSM dell’American Psychiatric Association, giunto alla quinta edizione (DSM-5, 2013) e al successivo aggiornamento DSM-5-TR (2022). Accanto ad esso, la classificazione internazionale delle malattie ICD-11 dell’OMS, in vigore dal 2022, adotta la definizione di “disturbo dello spettro dell’autismo”.
Il cambiamento introdotto dal DSM-5 è sostanziale. Nella versione precedente, il DSM-IV, si parlava di “disturbi pervasivi dello sviluppo” e si distinguevano categorie separate: disturbo autistico, disturbo di Asperger, disturbo disintegrativo della fanciullezza, sindrome di Rett e disturbo pervasivo dello sviluppo non altrimenti specificato.
Dal DSM-5 in poi queste sottocategorie sono confluite in un’unica diagnosi, il disturbo dello spettro autistico. La sindrome di Rett è stata riclassificata come condizione neurologica a sé stante. Di conseguenza la sindrome di Asperger non è più una diagnosi clinica autonoma, anche se il termine resta molto usato nel linguaggio comune e da molte persone come autodefinizione.
I tre livelli di supporto
Il DSM-5 chiede di specificare quanto sostegno la persona necessita, su tre livelli: livello 1, richiede supporto; livello 2, richiede supporto significativo; livello 3, richiede supporto molto significativo. I livelli descrivono il bisogno di sostegno in un dato momento della vita, non il valore o le potenzialità della persona, e possono cambiare nel tempo e a seconda del contesto.
Perché la diagnosi precoce conta
Individuare l’autismo prima dei 12 mesi è difficile, ma una diagnosi affidabile è generalmente possibile intorno ai 2-3 anni, e in molti casi anche prima. L’importanza dell’intervento precoce è ampiamente documentata: prima si avvia un percorso adeguato, maggiori sono le possibilità di sostenere lo sviluppo delle competenze comunicative e sociali.
Va detto con altrettanta chiarezza che la diagnosi in età adulta è possibile e sempre più frequente: molte persone, soprattutto donne, arrivano a riconoscersi nello spettro dopo i trent’anni o i quarant’anni, spesso a seguito della diagnosi di un figlio.
Sui segnali precoci individuabili già nei primi giorni di vita si possono leggere gli studi condotti presso l’Università di Trento nell’articolo “La ricerca per individuare gli indicatori precoci dei disturbi dello spettro autistico“.
I trattamenti e gli interventi raccomandati
Non esiste una terapia che “guarisca” dall’autismo, e va guardata con grande diffidenza qualsiasi proposta che lo prometta. Esistono invece interventi abilitativi ed educativi che sostengono lo sviluppo delle competenze comunicative, sociali e di autonomia, e che migliorano concretamente la qualità della vita della persona e della sua famiglia.
In Italia il riferimento ufficiale è la Linea guida dell’Istituto superiore di sanità sulla diagnosi e il trattamento del disturbo dello spettro autistico in bambini e adolescenti, che raccoglie 27 raccomandazioni elaborate da professionisti insieme a familiari e persone autistiche. L’ISS sta inoltre coordinando l’elaborazione della linea guida dedicata agli adulti nello spettro.
Un principio attraversa tutte le raccomandazioni: l’intervento va costruito sul profilo di funzionamento della singola persona, sulla sua età e sul suo contesto di vita, dentro un progetto complessivo e non come somma di terapie scollegate.
Fratelli e sorelle: quale supporto garantire
I fratelli e le sorelle di una persona autistica attraversano un percorso di crescita con carichi specifici, spesso poco riconosciuti: responsabilità anticipate, attenzione dei genitori distribuita in modo diseguale, difficoltà a dare un nome ai propri sentimenti. Prevedere uno spazio dedicato a loro fa parte a pieno titolo del progetto di vita familiare.
La tecnologia per l’autismo non verbale
Una parte delle persone nello spettro non sviluppa il linguaggio verbale, o lo sviluppa in modo insufficiente a comunicare i propri bisogni. Non significa che non abbiano nulla da dire: significa che serve un canale diverso. La comunicazione aumentativa alternativa e gli strumenti digitali dedicati nascono esattamente per questo.
Le parole giuste per parlare di autismo
Il modo in cui se ne parla non è un dettaglio formale. Oggi si preferisce condizione a “malattia” o “patologia”, e persona autistica o persona nello spettro a “affetto da” o “che soffre di”. Sulla scelta tra “persona autistica” e “persona con autismo” le sensibilità all’interno della comunità autistica sono diverse, e molte persone adulte preferiscono la prima. La regola più semplice resta chiedere alla persona come desidera essere nominata.
Le cause dell’autismo
L’autismo ha un’origine multifattoriale: nasce dalla combinazione di fattori genetici e ambientali che influenzano lo sviluppo precoce del cervello. Non esiste un “gene dell’autismo”: si ritiene piuttosto che concorrano numerose varianti genetiche, ciascuna con un peso limitato.
Tra i fattori associati a una probabilità maggiore la ricerca indica la familiarità, l’età avanzata dei genitori, il basso peso alla nascita e l’esposizione in gravidanza ad alcuni farmaci come il valproato. Sono fattori di rischio statistici, non cause dirette: la maggior parte dei bambini esposti non sviluppa autismo.
Nessun ruolo hanno invece lo stile educativo dei genitori — la teoria della “madre frigorifero” è stata smentita da tempo e ha causato danni enormi a intere generazioni di famiglie — né i vaccini.
Come è nato il termine “autismo”
Il primo utilizzo della parola “autistico” risale all’inizio del XX secolo. Lo psichiatra svizzero Eugen Bleuler la coniò per descrivere il ritiro in sé stessi che osservava in alcuni pazienti con schizofrenia. Solo nel 1943 il termine assunse un significato diagnostico autonomo.
Fu il dottor Leo Kanner, psichiatra infantile alla Johns Hopkins University, a descrivere per primo un quadro clinico distinto, studiando undici bambini. Il primo di loro, Donald Triplett, nato nel 1933 a Forest in Mississippi, è considerato la prima persona a cui sia stata diagnosticata la condizione. Kanner definì quanto osservava “disturbi autistici del contatto affettivo” e pubblicò i risultati sulla rivista The Nervous Child.
La storia di Donald è anche la storia di come è cambiato l’approccio all’autismo. All’epoca i bambini con diagnosi di disturbo mentale venivano abitualmente istituzionalizzati, e Donald trascorse un anno in un istituto lontano da casa. Furono i suoi genitori, contro il parere dei medici, a riportarlo in famiglia e a cercare risposte. Donald è vissuto nella sua comunità fino al 2023.
Domande frequenti sull’autismo
Quanto è diffuso l’autismo?
Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità riguarda circa 1 bambino su 100 nel mondo. In Italia i dati del Ministero della salute indicano circa 1 bambino su 77 nella fascia 7-9 anni. Le stime sono cresciute negli ultimi decenni soprattutto grazie a criteri diagnostici più ampi e a una maggiore capacità di riconoscimento.
A che età si riconosce l’autismo?
Una diagnosi affidabile è generalmente possibile intorno ai 2-3 anni, e in molti casi anche prima. Prima dei 12 mesi l’identificazione è difficile. La diagnosi in età adulta è però possibile e sempre più frequente, in particolare tra le donne, i cui tratti vengono spesso riconosciuti più tardi.
Le persone autistiche hanno sempre una disabilità intellettiva?
No. Il funzionamento intellettivo nelle persone nello spettro è estremamente variabile e copre l’intera gamma, dalla disabilità intellettiva significativa alle capacità cognitive superiori alla media. La disabilità intellettiva è una condizione che può accompagnare l’autismo, non una sua caratteristica necessaria.
La sindrome di Asperger esiste ancora?
Non come diagnosi clinica autonoma. Dal DSM-5 del 2013 è confluita insieme alle altre sottocategorie nell’unica diagnosi di disturbo dello spettro autistico. Il termine resta però molto diffuso nel linguaggio comune e molte persone continuano a usarlo per definirsi.
Qual è la causa dell’autismo?
Non esiste una causa unica. L’autismo ha origine multifattoriale: una combinazione di fattori genetici e ambientali che influenzano lo sviluppo precoce del cervello. Lo stile educativo dei genitori non ha alcun ruolo.
I vaccini causano l’autismo?
No. I dati epidemiologici disponibili non mostrano alcun legame tra il vaccino contro morbillo, parotite e rosolia e i disturbi dello spettro autistico. Gli studi che negli anni Novanta avevano ipotizzato un nesso causale presentavano gravi problemi metodologici e sono stati ritirati.
Dall’autismo si guarisce?
No, l’autismo è una condizione permanente che accompagna la persona per tutta la vita. Esistono però interventi abilitativi ed educativi efficaci, che sostengono lo sviluppo delle competenze e migliorano concretamente la qualità della vita. Va guardata con grande diffidenza qualsiasi proposta che prometta la guarigione.
Cosa possono fare i genitori dopo la diagnosi?
I genitori hanno un ruolo centrale: garantire l’accesso ai servizi sanitari ed educativi, offrire un ambiente prevedibile e stimolante e partecipare attivamente agli interventi. È dimostrato che il coinvolgimento diretto dei genitori nei percorsi abilitativi ne aumenta l’efficacia.
Fonti e approfondimenti
- Linea guida per la diagnosi e il trattamento del disturbo dello spettro autistico in bambini e adolescenti — Istituto superiore di sanità
- Osservatorio nazionale autismo — Istituto superiore di sanità
- Linee guida ASD adulti, bambini e adolescenti — Ministero della salute
- Autism spectrum disorders — Organizzazione mondiale della sanità
- Vaccini e autismo — EpiCentro, Istituto superiore di sanità
- ODFLab, Laboratorio di osservazione diagnosi e formazione — Dipartimento di psicologia e scienze cognitive, Università di Trento

